Coordinarsi, prevedere e adattarsi: la scienza del fare musica con gli altri
Quando ascoltiamo un’orchestra, può sembrare quasi naturale che decine di persone riescano a suonare insieme. Ognuno legge la propria parte, segue il direttore e la musica procede.
In realtà, dal punto di vista cognitivo, fare musica insieme è un compito molto più complesso. Ogni musicista deve produrre le proprie azioni e, nello stesso momento, tenere conto di ciò che stanno facendo gli altri: ascoltare, mantenere il tempo comune, accorgersi di piccoli scarti, anticipare ciò che potrebbe succedere e adattare continuamente la propria esecuzione.
La ricerca scientifica chiama questo insieme di processi joint music making, cioè fare musica insieme. Una recente review di Sara F. Abalde, Alison Rigby, Peter E. Keller e Giacomo Novembre ha provato a mettere ordine in un campo di ricerca che negli ultimi anni è cresciuto molto, riunendo studi comportamentali, neuroscientifici e modelli computazionali. Pure
La domanda
Come fanno più persone a coordinarsi abbastanza precisamente da produrre insieme un’unica esecuzione musicale?
Non basta semplicemente conoscere il ritmo o leggere correttamente uno spartito. Quando suoniamo con qualcun altro dobbiamo far combaciare le nostre azioni con le sue, spesso in tempi molto brevi.
Secondo il quadro proposto da Abalde e colleghi, al centro di tutto c’è la coordinazione interpersonale. Ma questa coordinazione è influenzata anche da ciò che abbiamo imparato in passato, dagli obiettivi che stiamo cercando di raggiungere e da alcuni aspetti della relazione con le altre persone con cui stiamo suonando. researchers-admin.westernsydney.edu.au
Lo studio
Questa volta non stiamo raccontando un singolo esperimento.
L’articolo è una review scientifica peer-reviewed: gli autori hanno esaminato e organizzato la letteratura disponibile sul fare musica insieme, mettendo in relazione studi comportamentali, ricerche sul cervello e modelli matematici della coordinazione. Il risultato è un quadro concettuale formato da quattro grandi componenti: coordinazione interpersonale, conoscenza ed esperienza, obiettivi e strategie, fattori sociali. ScienceDirect
Gli stessi autori precisano che si tratta di un framework, cioè di una struttura utile per organizzare le conoscenze disponibili, non di una teoria capace da sola di spiegare ogni forma di esecuzione musicale collettiva. ResearchGate
Che cosa hanno trovato
Il primo elemento è forse anche il più intuitivo: suonare insieme richiede un continuo lavoro di coordinazione.
Una parte di questo lavoro consiste nel reagire a quello che è appena successo. Se un altro musicista anticipa leggermente una nota oppure cambia il tempo, possiamo correggere la nostra azione successiva.
Ma non facciamo soltanto correzioni a posteriori. La letteratura esaminata nella review mostra anche l’importanza dell’anticipazione: sulla base di ciò che abbiamo appena sentito e della nostra esperienza possiamo formulare previsioni sul momento in cui l’altro produrrà il suono successivo. I modelli discussi dagli autori descrivono quindi la coordinazione come una combinazione di adattamento agli errori e anticipazione degli eventi futuri. researchers-admin.westernsydney.edu.au
Conta anche l’esperienza. Conoscere un brano, averlo provato insieme e avere familiarità con il modo di suonare dei propri compagni può modificare il modo in cui prevediamo le loro azioni. Ma la relazione non è sempre semplice: la review riporta anche risultati in cui conoscere molto bene la parte dell’altro può creare aspettative basate sul nostro personale modo di eseguirla, aspettative che non necessariamente coincidono con ciò che farà davvero il compagno. researchers-admin.westernsydney.edu.au
Infine, non esiste un unico modo di coordinarsi. In alcune situazioni i musicisti possono adattarsi reciprocamente; in altre può emergere una relazione più simile a quella tra un leader e un follower. Anche gli obiettivi condivisi e alcuni fattori sociali possono contribuire al modo in cui la coordinazione viene costruita. ResearchGate
Detto in modo molto semplice: quando suoniamo insieme non stiamo soltanto eseguendo contemporaneamente delle note. Stiamo continuamente ascoltando, prevedendo, confrontando e correggendo le nostre azioni rispetto a quelle degli altri.
Che cosa NON possiamo concludere
Questo è probabilmente il punto più importante.
Queste ricerche non dimostrano che suonare in orchestra renda automaticamente più empatici, più intelligenti, più collaborativi o più attenti.
Molti studi utilizzano compiti molto controllati: coppie di musicisti, tapping ritmico, pianisti, partner virtuali o piccoli ensemble. Non possiamo semplicemente trasferire ogni risultato a un’orchestra di bambini e ragazzi o a qualsiasi altra esperienza educativa.
Inoltre, gli stessi autori sottolineano che la scienza del joint music making è ancora relativamente giovane: esistono molti paradigmi sperimentali differenti e ancora poche repliche degli stessi esperimenti tra laboratori diversi. Invitano quindi esplicitamente a sviluppare studi più standardizzati e replicazioni indipendenti. ResearchGate
Questo significa che abbiamo già molte indicazioni interessanti sui meccanismi della coordinazione musicale, ma anche numerose domande ancora aperte.
Perché ci interessa in GOSP
Per chi vive un’orchestra dall’interno, alcuni di questi processi sono molto familiari.
Durante una prova un ragazzo deve suonare la propria parte ma, contemporaneamente, ascoltare ciò che accade intorno a lui. Deve seguire il direttore, accorgersi quando il gruppo cambia, entrare insieme agli altri, correggersi quando qualcosa non coincide e imparare progressivamente a conoscere il modo di suonare dei propri compagni.
La ricerca sul joint music making ci offre quindi un linguaggio scientifico con cui descrivere quanto sia complessa un’attività apparentemente semplice come suonare insieme.
Non possiamo dire che questa review dimostri che GOSP produca specifici benefici cognitivi o sociali. Possiamo però dire qualcosa di altrettanto interessante: la pratica orchestrale mette continuamente i musicisti di fronte a un sofisticato problema di coordinazione con gli altri.
Ed è proprio questo problema — come riusciamo a diventare, almeno per qualche minuto, un gruppo capace di agire insieme — che la scienza sta cercando di comprendere.
La ricerca di questa settimana
Abalde, S. F., Rigby, A., Keller, P. E., & Novembre, G. (2024). A framework for joint music making: Behavioral findings, neural processes, and computational models. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 167, 105816. DOI: 10.1016/j.neubiorev.2024.105816. Pure