Imparare a suonare migliora davvero le funzioni cognitive?

MUSICA E CERVELLO #04

Imparare a suonare migliora davvero le funzioni cognitive?

Attenzione, memoria di lavoro, autocontrollo: che cosa ci dice davvero la ricerca

Quando un bambino impara a suonare uno strumento deve fare molte cose contemporaneamente: leggere o ricordare una sequenza, controllare i movimenti, ascoltare ciò che produce, seguire un ritmo, correggere un errore e, quando suona insieme agli altri, adattarsi continuamente a ciò che accade intorno a lui.

È quindi intuitivo pensare che studiare musica possa avere effetti anche su capacità cognitive che utilizziamo fuori dalla musica.

Ma intuizione ed evidenza scientifica non sono la stessa cosa.

Negli ultimi anni numerosi studi hanno cercato di capire se l’apprendimento musicale possa influenzare le cosiddette funzioni esecutive: quell’insieme di processi che ci permettono di controllare il comportamento, mantenere informazioni attive, cambiare strategia e resistere a una risposta impulsiva.

E i risultati sono interessanti. Ma vanno letti con attenzione.


La domanda

Imparare a suonare uno strumento può migliorare alcune funzioni esecutive nei bambini?

Tra le funzioni più studiate ci sono:

controllo inibitorio, cioè la capacità di fermare una risposta automatica quando non è appropriata;

memoria di lavoro, che permette di mantenere e utilizzare temporaneamente delle informazioni;

flessibilità cognitiva, cioè la capacità di cambiare regola, strategia o punto di vista quando la situazione lo richiede.

Queste capacità vengono continuamente coinvolte anche durante l’attività musicale.

Ma questo non significa automaticamente che allenarle attraverso la musica produca un miglioramento generalizzato anche in altri contesti.

Ed è proprio questo il punto che la ricerca cerca di verificare.


Lo studio

Nel 2024 Kevin Jamey e colleghi hanno pubblicato sulla rivista Cognition una revisione sistematica con meta-analisi dedicata a una funzione precisa: il controllo inibitorio nei bambini. PubMed

Gli autori hanno analizzato la letteratura pubblicata tra il 1980 e il 2023 e selezionato 22 studi longitudinali controllati, per un totale di 1.734 partecipanti.

Otto di questi erano randomized controlled trials, cioè studi nei quali i bambini venivano assegnati in modo randomizzato a un programma musicale o a un’attività di controllo.

Gli altri quattordici utilizzavano disegni longitudinali o quasi-sperimentali.

Negli studi il controllo inibitorio veniva misurato attraverso compiti psicologici nei quali il bambino deve, per esempio, ignorare informazioni irrilevanti, bloccare una risposta automatica oppure rispondere soltanto in determinate condizioni.

La meta-analisi permette di combinare statisticamente i risultati dei diversi studi per stimare l’effetto medio dell’intervento musicale.


Che cosa hanno trovato?

Il risultato principale è interessante.

Negli otto studi randomizzati controllati, i bambini che avevano seguito un training musicale mostravano in media un miglioramento del controllo inibitorio rispetto ai gruppi di controllo, con un effetto complessivo di circa:

g = 0,60

un effetto considerato dagli autori di entità moderata-grande. dallabella-lab.ca

Quando vengono invece considerati tutti i 22 studi longitudinali, compresi quelli con disegni meno rigorosi, l’effetto rimane positivo ma si riduce:

g = 0,31

cioè un effetto piccolo-moderato. dallabella-lab.ca

Questo significa che, nel complesso degli studi analizzati, il training musicale è associato a un miglioramento misurabile del controllo inibitorio.

Non significa però che ogni bambino migliori nello stesso modo, né che qualsiasi attività musicale produca automaticamente questo risultato.


E memoria di lavoro e flessibilità cognitiva?

Qui dobbiamo distinguere.

La meta-analisi di Jamey e colleghi non studiava tutte le funzioni esecutive: studiava specificamente il controllo inibitorio.

Una successiva meta-analisi dedicata ai bambini in età prescolare ha invece esaminato anche memoria di lavoro e flessibilità cognitiva.

In dieci studi, il training musicale risultava associato a effetti positivi medi sul controllo inibitorio (SMD = 0,38), sulla memoria di lavoro (SMD = 0,35) e, in misura più piccola, sulla flessibilità cognitiva (SMD = 0,23). PubMed

Anche una precedente revisione sistematica di 29 studi concludeva che le evidenze sembravano più consistenti per il controllo inibitorio e più limitate per memoria di lavoro e flessibilità cognitiva. PubMed

Quindi il quadro complessivo è promettente, ma non tutte le funzioni cognitive mostrano lo stesso livello di evidenza.


Che cosa NON possiamo concludere

Questa è probabilmente la parte più importante dell’articolo.

Questi risultati non dimostrano che studiare musica “renda più intelligenti”.

Non dimostrano nemmeno che qualsiasi corso di musica migliori automaticamente attenzione, memoria o rendimento scolastico.

Esistono diversi problemi metodologici.

I bambini che studiano musica possono differire dagli altri già prima dell’inizio del training: per ambiente familiare, motivazione, livello socioeconomico, opportunità educative o caratteristiche individuali.

Gli studi cercano di controllare questi fattori, soprattutto quelli randomizzati, ma eliminarli completamente è difficile.

Inoltre, sotto l’etichetta “music training” possono esserci attività molto diverse: lezioni individuali, attività musicali di gruppo, canto, ritmo, programmi scolastici o studio strumentale.

Anche le misure delle funzioni esecutive cambiano da uno studio all’altro.

Per questo la grandezza dell’effetto e la possibilità di parlare realmente di causalità dipendono molto dal disegno sperimentale.

Un singolo risultato positivo non significa quindi:

musica → migliore controllo cognitivo in ogni bambino.

Significa qualcosa di più circoscritto:

in diversi studi longitudinali, e anche in alcuni studi randomizzati, il training musicale è stato associato a miglioramenti del controllo inibitorio.

Ed è già un risultato scientificamente interessante.


Perché ci interessa in GOSP

In orchestra queste funzioni vengono continuamente chiamate in causa.

Un musicista deve mantenere la propria parte nella memoria, seguire il direttore, ascoltare gli altri, ignorare stimoli non rilevanti, fermarsi quando necessario, correggere un errore e adattarsi rapidamente a quello che sta succedendo.

Sono tutte situazioni nelle quali attenzione, memoria di lavoro e controllo del comportamento partecipano all’azione musicale.

La ricerca suggerisce che un’attività così complessa possa avere effetti che vanno oltre l’apprendimento strettamente musicale.

Ma sarebbe scorretto dire:

“GOSP migliora le funzioni cognitive dei bambini.”

Gli studi che abbiamo raccontato non hanno studiato GOSP e non permettono di attribuire al nostro percorso uno specifico effetto cognitivo.

Ci aiutano però a comprendere qualcosa di importante: imparare a suonare non significa allenare soltanto le dita o l’orecchio.

Significa affrontare un’attività complessa nella quale percezione, movimento, attenzione, memoria e controllo dell’azione lavorano continuamente insieme.

Ed è forse proprio questa complessità a rendere l’apprendimento musicale un terreno così interessante per le neuroscienze.


Fonti e approfondimenti

Jamey K., Foster N.E.V., Hyde K.L., Dalla Bella S. (2024). Does music training improve inhibition control in children? A systematic review and meta-analysis. Cognition, 252, 105913. DOI: 10.1016/j.cognition.2024.105913. È lo studio principale raccontato in questo episodio: 22 studi longitudinali, 1.734 partecipanti, di cui 8 RCT. PubMed
Scheda PubMed

Lu Y., Shi L., Musib A.F. (2024/2025). Effects of music training on executive functions in preschool children aged 3–6 years: systematic review and meta-analysis. Frontiers in Psychology, 15, 1522962. DOI: 10.3389/fpsyg.2024.1522962. Analizza controllo inibitorio, memoria di lavoro e flessibilità cognitiva in bambini in età prescolare. PubMed

Rodriguez-Gomez D.A., Talero-Gutiérrez C. (2022). Effects of music training in executive function performance in children: A systematic review. Frontiers in Psychology, 13, 968144. DOI: 10.3389/fpsyg.2022.968144. La revisione evidenzia una forte eterogeneità degli studi e risultati più consistenti per il controllo inibitorio.

2026-10-17T10:08:37+00:00 17 ottobre, 2026|